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Indice
Data la distanza geografica e culturale della lingua giapponese, molte delle sue parole ed espressioni non hanno un equivalente diretto e perfetto in italiano. Abbiamo raccolto alcuni dei nostri termini giapponesi preferiti per condividerli con voi qui, ciascuno accompagnato da una breve spiegazione.
縁 en — un filo invisibile che unisce le persone
Difficile da tradurre con una sola parola. “En” si riferisce contemporaneamente al legame che si instaura tra due persone, alla coincidenza che le fa incontrare e al destino che ne consegue. Si dice che due persone condividano l’“en” quando il loro incontro sembra essere stato scritto da qualche parte. È anche un concetto centrale nel buddismo giapponese: tutto nella vita è il frutto di connessioni invisibili. Una conversazione in un bar, un regalo ricevuto, un oggetto tramandato di generazione in generazione — tanti fili che intrecciano una vita. Chi studia l’inglese in Giappone spesso si chiede, infatti, come tradurre la comune espressione これもなにかの縁 (kore mo nanika no en) — letteralmente, «anche questo è una sorta di en».
積読 Tsundoku — accumulare libri senza leggerli
Un termine composto formato da tsumu (accatastare) e doku (leggere). Descrive quella familiare abitudine di acquistare libri con la sincera intenzione di leggerli… per poi lasciarli accumularsi sullo scaffale. Il termine ha riscosso successo a livello internazionale, forse perché esprime con i kanji un senso di colpa universale. Da notare: in Giappone, questo comportamento non è in realtà malvisto. Possedere libri, anche se non letti, è considerato una forma di aspirazione intellettuale.
一期一会 ichigo ichie — a once-in-a-lifetime encounter
Un’espressione che affonda le sue radici nella cerimonia del tè. Ci ricorda che ogni incontro è unico: anche se si incontra di nuovo la stessa persona, il momento, il luogo e lo stato d’animo non saranno mai proprio gli stessi. Ogni istante dovrebbe quindi essere vissuto come se fosse l’unico. È un invito alla presenza totale — un principio che permea molte pratiche giapponesi, dalla cerimonia del tè alla cucina kaiseki, dove ogni piatto esiste una sola volta.
別腹 betsubara — il secondo stomaco
Letteralmente “stomaco a parte”. L’argomento imbattibile per mangiare il dessert anche quando si è sazi: non è lo stesso stomaco che lo accoglie. L’espressione è universalmente compresa e utilizzata in Giappone, a volte dai bambini che cercano di convincere i genitori a concedergli un gelato, altre volte dagli adulti che giustificano un mochi di troppo. La sua bellezza sta nel riconoscere un fatto fondamentale del mangiare: c’è sempre spazio per ciò che si ama davvero.
木漏れ日 Komorebi — luce del sole che filtra tra le foglie
Un composto formato da ko (albero), more (filtrare) e hi (luce del sole). Si riferisce a quel preciso momento in cui i raggi del sole filtrano tra i rami degli alberi e disegnano motivi mutevoli sul terreno. Non esiste una parola equivalente in inglese: ci vorrebbe un’intera frase per descrivere ciò che il giapponese riesce a esprimere in quattro sillabe. Komorebi la dice lunga su una cultura che si è presa la briga di dare un nome alle sue sensazioni più delicate.
雨上がり ame agari — il momento in cui smette di piovere
Questo termine descrive quel momento particolare subito dopo un acquazzone, quando l’aria sembra ancora purificata, le foglie brillano e il sole comincia a fare capolino. Più che una semplice condizione meteorologica: un istante sospeso, quasi magico, che i giapponesi hanno ritenuto degno di un termine specifico. Qui vediamo una caratteristica distintiva del lessico giapponese: dare un nome alle transizioni, alle soglie, ai momenti di transizione.
物の哀れ mono no aware — la bellezza dell’impermanenza
Un concetto estetico fondamentale nella cultura giapponese. Letteralmente “il pathos delle cose”. Descrive quella sensazione agrodolce che nasce di fronte alla bellezza effimera: i fiori di ciliegio che domani cadranno, un ricordo d’infanzia che non tornerà più, l’ultima luce di una sera d’estate. Il «mono no aware» permea ogni aspetto della sensibilità giapponese — dalla poesia alla pittura, dal cinema fino al modo in cui viene impiattato un piatto o affilata una lama. È la consapevolezza che tutto è transitorio, e che è proprio questo a rendere le cose belle.
お土産 omiyage — il regalo del viaggiatore
Spesso viene tradotto come “souvenir”, ma questa traduzione è fuorviante. Un omiyage non è un oggetto che si porta a casa per sé stessi: è un regalo che ci si aspetta che si porti ai colleghi, alla famiglia o agli amici dopo un viaggio. Il più delle volte si tratta di qualcosa di commestibile e tipico della regione visitata: biscotti di Kyoto, caramelle di Hokkaido, dolci di Nagoya. La tradizione è così profondamente radicata che ogni stazione ferroviaria giapponese ospita enormi negozi di omiyage. Più che un regalo: un modo per condividere un’esperienza.
腹八分目 hara hachi-bun-me — alzarsi da tavola quando si è sazi all’80%
Un proverbio tradizionale che invita a smettere di mangiare non quando si è sazi completamente, ma quando si è sazi all’80%. Originario di Okinawa, dove viene spesso citato per spiegare l’eccezionale longevità degli abitanti del luogo, l’hara hachi-bun-me è diventato un principio alimentare riconosciuto a livello mondiale. La saggezza che si cela dietro queste parole va oltre la nutrizione: è anche un invito alla moderazione in ogni cosa, a resistere agli eccessi laddove la giusta misura è sufficiente.
口寂しい kuchi sabishii — la bocca solitaria
Letteralmente “bocca solitaria”. Descrive una sensazione che tutti conosciamo: non avere davvero fame, ma voler sgranocchiare qualcosa, masticare qualcosa solo per il piacere di farlo. Il termine riconosce una dimensione emotiva del mangiare che l'italiano fatica a definire. Mangiare non riguarda solo un bisogno fisico: a volte è semplicemente la bocca stessa a desiderare un po’ di compagnia.
仕方がない shikata ga nai — così è la vita
Letteralmente “non c’è modo”. Esprime una serena accettazione di ciò che non può essere cambiato: un treno perso, una decisione sfavorevole, una situazione difficile. Lungi dall’essere rassegnazione, è una forma di saggezza pragmatica. Si prende atto di ciò che sfugge al proprio controllo, si allenta la presa e si va avanti. L’espressione è talmente radicata nella cultura giapponese che la si sente più volte al giorno nelle conversazioni quotidiane. La frase francese «c’est la vie» offre un ottimo parallelo — a dimostrazione del fatto che anche culture lontane possono convergere su verità condivise.
器用貧乏 (kiyō-bimbō) — bravo in tante cose, ma non eccelle in nessuna
Letteralmente “abile ma povero”. Il termine descrive una persona brava in molte cose senza eccellere in nessuna. Rivela inoltre un aspetto della cultura giapponese: la specializzazione, incarnata dalla figura dello shokunin (l’artigiano che dedica la propria vita a un unico mestiere), è tradizionalmente tenuta in grande considerazione. A differenza dell’ideale occidentale del generalista a tutto tondo, il termine kiyō-bimbō ha una sfumatura quasi malinconica: tanto talento disperso e, alla fine, nulla di straordinario. Il detto inglese «jack of all trades, master of none» (tuttofare, ma maestro in nulla) esprime esattamente lo stesso concetto — un silenzioso promemoria del fatto che alcune intuizioni attraversano le culture, anche quando le parole non lo fanno.
Per concludere
Queste parole sono ben più che semplici curiosità linguistiche. Ognuna di esse apre una finestra su un modo di vedere il mondo: l’attenzione ai dettagli, l’accettazione del tempo che scorre, una certa filosofia della vita quotidiana. È proprio questa sensibilità giapponese a ispirare KOTAI: la pazienza dell’artigiano, la precisione del gesto, il rispetto per il materiale. Che si tratti di coltelli o di parole, l’arte giapponese spesso consiste nel dare un nome a ciò che gli altri lasciano passare inosservato.→ Scopri di più su Seki, la culla della coltelleria giapponese.